Saturday, November 06, 2004

the sadness after sex classics (26)

lunedì, aprile 26, 2004

degustazione sensoriale: xiu xiu live
in città li si attendeva con una certa trepidazione, di conseguenza, ci siamo avviati trepidanti. eravamo io, e un certo altro numero di volti a me noti, uno dei quali ha passato tutta la sera ha recriminare una presunta birra che millantava di aver vinto in un concorso a premi da me ideato. per carità, una birra non la si nega a nessuno, però cazzo, di scuse patetiche per bere gratis ne ho sentite e inventate tante, però questa era senza dubbio la più patetica di tutte. va beh. il concerto ci ha lasciati sull’entusiasta andante, e vi dico solo che io per l’occasione ho anche rispolverato il mio leggendario gridolino da concerto. attaccare così, brutalmente, con la title track dell’ultimo disco, ci ha messo subito tutti in riga, instillandoci dentro massicce dosi di sofferenza. jamie stewart si autoimpone un microfono basso che lo costringe ad assumere una posizione vagamente fetale nel canto, suda molto ma è ovvio che preferirebbe sanguinare, accorgersi che possiede davvero quella voce dilaniante è uno shock dal quale faticheremo a riprenderci, le sue corde vocali in certi momenti partoriscono suoni davvero inumani e sembra faticare come un ossesso per strozzarsi le parole in gola, impiegando la stessa furia nella urla e nel silenzio. caralee (lauren andrews?) gli fa da contraltare, sfodera un piglio scandinavo e distaccato che le permette di esibire una chirurgica indifferenza nella manipolazione di strumenti dei quali francamente ignoravamo l’esistenza (soprattutto fisarmoniche rudimentali adagiate orizzontalmente e campane di varia natura e dimensione). per un imprecisato numero di minuti procedono alla deturpazione di ritmiche pop anni ’80 attraverso suoni acuminati provenienti per la maggior parte dalla fender di stewart. sono un’incursione in quella terra di confine nella quale joy division, gang of four, bauhaus, pop group, wire e virgin prunes scivolavano (mi sembra di aver capito solo ieri sera perché) dentro new order, soft cell, bronski beat e primi talk talk. è l’aggressione fisica di un suono analogico (prodotto dall’urto della mano sullo strumento, sempre atto puramente fisico e solo vagamente intellettuale) ai danni di una base elettronica all’occorrenza danzereccia o marziale. quando il sintetizzatore è spento il silenzio ne fa adeguatamente le veci, amplificando la componente dolorosa di certe ballate agonizzanti. nel percorso di violazione e contraddizione del suono dei propri modelli risiede la loro sorprendente modernità.
nel complesso mi sembra siano stati privilegiati fabulous muscles e knife play rispetto allo straordinario a promise. avrei pagato il doppio del prezzo del biglietto per ian curtis wishlist e apistat commander (mancanza sopperita ampiamente da una sad pony guerrilla girl da lacrime agli occhi), ma mi sono astenuto dall’urlare la richiesta perché mi sembra un atteggiamento da mezza sega (al quale comunque in altre occasioni mi sono sottoposto) e poi perché a dire il vero non sono neanche poi così sicuro che non le abbiano fatte. per tutta la sera mi sono crogiolato nell’illusione che tre birre medie e un grande concerto dopo dodici ore filate di lavoro sarebbero state la ricetta infallibile per una vita scevra da preoccupazioni e tormenti. poi però stamattina mi sono svegliato con i polmoni incatramati, vittima di una risacca psichica di rara ferocia, che ha reso il mio lunedì mattina uno dei più tristi da quando sono uscito dal tunnel dell’adolescenza (neanche dovessi andare a lavorare in fiat al reparto presse, direte voi. avete ragione, per una volta). sarà che mi ronzava ancora in testa una vocina che diceva che muscoli favolosi avevi, dopo che mi sei venuto sulle labbra. sarà che nel cervello mi proiettavano ancora le immagini di un astro nascente del calcio africano che si fermava al limite dell’area e aspettava che la nostra difesa si piazzasse per bene prima di incularsela a sangue come era giusto che fosse. sarà che l’idea di dedicare la mia settimana alla stesura di una ventina di pagine a proposito del più grande film mai realizzato mi sta uccidendo lentamente. sono anche andato all’università a guardare i culi delle ragazze, ma non c’è stato niente da fare.

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