Thursday, November 11, 2004

this motherfucking world (18): the scum guide to successful living

cambiare nome e indirizzo non è servito a un bel cazzo di niente, il sistema e il potere nelle loro forme più insospettabili continuano a osteggiarmi, impedendomi fra l’altro di intraprendere una carriera lavorativa decorosa, come se non bastasse che mi sono ridotto a mendicare accessi in giro in cambio di favori sessuali perché un numero incalcolabile di bastardi giuda iscarioti non hanno aggiornato il link e adesso sadness after sex da morta fa più accessi di scum da viva. comunque non avrei mai pensato di poter pronunciare un’eresia di tali proporzioni ma la disoccupazione sta incominciando a logorarmi. eppure ci ho provato a cercare lavoro, cazzo se ci ho provato, dio mi è testimone di quanto faticosamente ci ho provato ma non c’è stato niente da fare. e poi comunque la delusione di non avere mai ricevuto risposta dalla fnac è ancora troppo cocente perché io possa mandare in giro un secondo curriculum a qualcun altro. io è fin da bambino che sognavo di vestire il gilet verde e giallo della fnac, l’avrei indossato anche per uscire il sabato sera per quanto sarei stato aziendalista, ma ormai lo so che le multinazionali mi temono per le idee progressiste che emanano i miei blog, sicuro che nel settore risorse umane avranno tutte affisso la mia foto a fianco a quelle di naomi klein e michael moore per ricordarsi di non assumerci mai. poi ieri si è pure infranta la mia ultima speranza di continuare a fancazzeggiare per i prossimi tre anni, grazie a un’attesissima ma comunque umiliante bocciatura all’esame per accedere a un dottorato di ricerca, che per giustificarmi con mia mamma ho dovuto dare la colpa a un non meglio specificato magna magna generale. è uscito questo tema sulla centralità dell’attore nello spettacolo cinematografico e io rispondevo con uno svolgimento francamente epocale nel quale raccontavo di come il cinema sia morto dopo l’interpretazione di buster keaton nel film di samuel beckett. è la terza volta che cerco di rifilare a qualcuno questa mia illuminante teoria secondo la quale buster keaton a pochi giorni dalla morte portava sullo schermo il cadavere della sua stessa icona, costruita negli anni ’20 e rimasta intatta fino ad allora a causa della sua sparizione dagli schermi. ma la gente o non vuol capire o non ha visto il film di samuel beckett (una maniera come un’altra di aver reso la propria vita indegna di essere stata vissuta) o forse piuttosto gli dava fastidio il fatto che io nel mio tema abbia decretato la morte del cinema, che è una roba che a loro che lo insegnano gli inculerebbe il lavoro così su due piedi. il problema è che è più forte di me, decretare la morte del cinema è la mia passione. che poi quello che ci correggeva lo odio, me lo ricordo a lezione che sparava un sacco di stronzate invece di andarsi a leggere un libro per imparare qualcosa prima di avere la supponenza di andare a insegnare agli altri e all’esame ha passato tutto il tempo a fare casino con un computer che c’era nell’aula e si è messo a scrivere tutto il tempo digitando per tre ore con il solo indice della mano destra, che poi secondo me sarebbe l’equivalente tecnologico di leggere muovendo le labbra e io se permetti dubito di accettare con serenità un verdetto emesso da un semianalfabeta. il pomeriggio quando ancora ignaro dei risultati progettavo beatamente il mio dottorato di ricerca ho sperimentato la mia capacità di commuovermi ancora pensando al cinema, avrei lavorato instancabilmente sulla generazione di registi venuti immediatamente dopo la nouvelle vague, avrei riguardato ossessivamente le ministere de l’art, soprattutto quella splendida intervista di garrel a jean eustache dove lui è giovane e bellissimo seduto al tavolo di un bar e fuma e racconta di come il marxismo sia un lusso da piccolo borghesi, che quando non hai da mangiare, non hai da fumare e i tuoi vestiti sono logori non pensi al marxismo, pensi a mangiare, alle sigarette, a dei vestiti nuovi. per i prossimi tre anni non avrei fatto nient’altro che ripensare a questa frase di garrel
Amo girare per il Louvre, che non attraverso di corsa come in Bande à part, la domenica quando è gratis, e il lunedì il museo d’arte moderna. Guardo i quadri di Vuillard, senza un soldo in tasca. Appartengo a una generazione che guarda sette arti alla volta ed è il mio maggiore orgoglio. È così che molti di noi hanno passato la loro vita ed è la più grande fortuna che poteva capitare ai giovani intellettuali innamorarsi dell’arte per fuggire al fascino delle armi. Sì, sì, ci è successo, guardate i nostri film, ci muoviamo a mani vuote.

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