Friday, April 01, 2005

the legendary risacca stories vol. 2: after talking

(this motherfuckin’ world/26)

tra l’altro qualcuno si è dimenticato lì sul mobile azzurro della cucina questa videocassetta di blackout di abel ferrara, che sarebbe questo film che ti spiega quante robe schifose ti possono succedere quando perdi il controllo per davvero, e sto parlando di casini seri, non esattamente come andargli a suonare il campanello a qualche povero coglione alle tre di notte come gigi l’altra sera. il blackout personalmente posso dire che non ce l’ho ancora in repertorio, però si stava considerando come volano via veloci certi ricordi di certe ottime serate, che te ne stai tutto il tempo a fare battute strepitose e interventi magistrali tipo sceneggiatura coi controcazzi e ti sembra magari che stai vivendo qualcosa d’importante o bello o che cazzo ne so e dopo al mattino ti svegli con dentro la testa quella nebbiolina schifosa e quando ti metti a ricordare vengono su a malapena un certo numero di frasi impastate a cazzo, ricordi malcagati che smettono subito di significare, e allora lo capisci al volo che è meglio che lasci perdere, croce sopra, la prossima volta ti ricordi di attaccare la telecamera.
purtroppo c’è da dire che quando bevi molto è una specie di luogo dove vanno a morire i neuroni, come il vertice assoluto della loro carriera di produttori di pensiero, una condizione dove loro capiscono che è venuto il momento di sacrificarsi per il bene della tua serata, e allora con quella mentalità dei samurai si mettono in riga e schizzano verso l’alto prima di disintegrarsi, gli spediscono giù alla bocca la parola giusta al momento giusto, senza bisogno che stai tanto a pensare, l’importante è iniziare la frase e poi lo senti che arrivano da sole le parole a incastrarsi una dentro l’altra, alcune che magari se ne stavano inutilizzate da un paio d’anni in attesa della frase giusta, ripeschi indietro nei recessi del cervello aneddoti, nomi, date, volti di terzini scadenti, frasi a effetto di qualche intellettuale cazzone che ha bruciato la sua vita dietro qualche libro di merda oppure un paio di sequenze di qualche film come si deve che mentre le racconti te le immagini che si disegnano dentro ai cervelli di tutti gli altri. questo mi immagino che fanno i neuroni inzuppati di alcol, sprintano sul finale appena di prima di esplodere, così sei dietro a dire qualche cazzata e ti viene in mente che lì dentro ti sta bruciando qualcosa, magari il ricordo di una volta che ti sei pisciato sotto da bambino o qualche nozione che al liceo per impararla eri stato giù a farti il culo tutto il pomeriggio. vale comunque la pena una volta ogni tanto di fare un po’ di spazio in archivio.
certe volte mi piace venirmene in camera e piantarmi qualcosa in cuffia per sentirla risuonare al massimo dello splendore. l’altra sera dopo che gli avevamo dato fondo al vino del kaiser, un merlot friulano del discount che bevevamo sempre nell’altra casa, mi sono messo su un vecchio pezzo di mobb deep che mi pare che racconta di certi negri che vorrebbero stendere mobb deep ma se ci provano soltanto mobb deep li stendono prima loro. prima di tornare di là ho dovuto aspettare il pezzo quando prodigy dice this is the motherfuckin’ start of your ending. quando sono così ho bisogno di sentire il beat altrimenti non decollo, come quei poveracci che a forza di pervertirsi in tutti i modi se non gli frusti il culo non gli viene duro, allora pure io quando sono mezzo andato senza bassi e senza battito non mi funziona niente. dopo quando ritorniamo dal nostro giro whisky, una pisciazza pirlandese senza lode né infamia, siamo lì che parliamo della natura del cinema come succede tutte le volte che viene a casa mia questo ragazzo biondo che se ne sta seduto dall’altra parte del tavolo. le birre le avevo messe in fresco al mattino perché lo sapevo già che a gigi prima di atterrare il culo sul materasso gli piace sempre spararsi nel gargarozzo ancora qualche centilitro di quella broda germanica che funziona come una specie di benzina super per questo fiume di cagate che saltano fuori veloci dalle bocche, robe di un certo spessore che quei merdaioli da cinquemila al mese che te le dovrebbero insegnare all’università non le riuscirebbero a mettere insieme neanche nei loro sogni più inconfessabili. meglio non pensarci a queste robe, molto meglio infilarsi senza fare casino dentro a questo letto dove c’è già dentro la mia signora che dorme con la tele accesa, al mattino la sento nel buio che mi dice di aprire la finestra quando mi alzo che nella stanza c’è puzza di ubriacone.
di tutte le robe che potevano affogarmi nel cervello mi è rimasta a galla questa frase di lei che mi diceva che aveva voglia di ascoltare un po’ di reggae. mi infilo sotto la doccia e tempo di asciugarmi sono per strada alla ricerca di una doppia raccolta della trojan con dentro un sacco di classici dimenticati che avevo visto in giro l’altro giorno. il doppio l’hanno venduto a qualcun altro sabato scorso, recupero un’altra compilation selezionata dallo stesso tipo con dentro delle robe giamaicane che in qualche modo centrano col punk, non chiedermi cosa. si vede subito che è felice, come si vede subito quel filo sottile di delusione quando si rende conto che qui dentro è pieno di basi elettroniche e dub dall’inizio alla fine, un attimo troppo cupo per i suoi gusti secondo me. sicuro che riparo nel fine settimana con qualcosa di più classico, peter tosh o jimmy cliff magari.
alla fine della storia non mi posso lamentare, che con davanti una giornata comatosa come questa qua non puoi domandargli al signore niente di meglio di un’ora abbondante di bassi pulsanti e quest’andatura narcotica che ti massaggia i nervi, magari insieme a un paio di bicchieri di qualche pastiglia effervescente per lenire i sintomi parainfluenzali della risacca.

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