Wednesday, April 27, 2005

micah p. hinson live 26/04/2005 torino/hiroshima mon amour

(vasca di degustazione sensoriale/suoni)

tocca recuperare in extremis un’altra macchina, perché la data torinese di questa grande promessa del nuovo folk si incrocia con i festeggiamenti seguiti alla firma del contratto per la nostra nuova casa e alla partenza non sono già più in condizione di guidare. improvvisiamo un ultimo aperitivo sul nostro glorioso terrazzino insieme alla squadriglia che abbiamo tirato su per l’arrivo del titolare (appena ventitreenne) di uno dischi che ci hanno dato grandi soddisfazioni sul finire dello scorso anno. hiroshima semideserto al nostro arrivo, ancora una volta scarsa affluenza per un concerto che avrebbe meritato sicuramente maggiore attenzione, magari anche da parte di sedicenti animatori della scena musicale torinese che poi invece quando arrivano gli eventi che contano veramente loro stanno a casa a guardare le semifinali di champions delle squadre filogovernative. comunque attacca un uomo spalla che dovrebbe rispondere al nome di eltrance (esordio in uscita in queste settimane). è introverso al limite dell’autismo, se ne sta da solo sul palco girato di tre quarti a cantare accompagnato soltanto da una chitarra elettrica debitamente distorta. bravo, ma ci limitiamo ad ascoltarne l’eco dal giardino fuori dal locale, dove tra l’altro iniziamo a importunare micah che si sta scolando un paio di birrette preconcerto. sale sul palco accompagnato dai due turnisti inglesi che lo seguono nel tour europeo al basso e alla batteria. il grosso del lavoro lo fanno lui e la sua malandata chitarra elettrica, interviene la sezione ritmica nei momenti in cui il rock ‘n’ roll prende il sopravvento su quel cantautorato che ha inserito micah p. hinson e il suo gospel of progress nel solco della grande tradizione folk statunitense e texana in particolare. il disco d’esordio conteneva una serie di canzoni memorabili, restituite dal vivo in una veste appena più rude ma dagli effetti non meno eclatanti. come prevedevamo il prezzo del biglietto è pienamente ripagato anche soltanto dall’esperienza di sentir uscire da quel corpo adolescente questa voce che sembra appartenere a un quarantenne consumato da una sconfinata carriera sulla strade d’america. beneath the rose, the possibilities, stand in my way, patience e soprattutto caught in between non sono altro che una manciata di classici che sarà difficile dimenticare in tempi brevi, fondamenta solidissime per una carriera che speriamo ne riservi molti altri.
a fine concerto ci infiliamo nel backstage/cortile interno dell’hiroshima, dove ci intratteniamo con la band riuscendo a rimediare un paio di drink card (grazie ancora, è sempre il regalo più bello che mi si possa fare), commentare il campionato inglese con le coppia ritmica albionica, chiedere a micah quando esce il suo prossimo disco e non capire la risposta e soprattutto fare assaggiare a a lui e agli inglesi un bicchiere del glorioso amaro san simone, il liquore d’erbe che è il vero grande orgoglio del capoluogo sabaudo. dall’espressione al momento del contatto con le papille gustative si capisce che piuttosto che dare un’altra golata preferirebbero smettere di bere, ma è innegabile che dopo qualche secondo il bassista ha già sviluppato una dipendenza fortissima per l’unico digestivo capace di corrodere in pochi minuti un fritto misto alla piemontese. finale di serata sul memorabile andante interrotta soltanto dalle minacce del gestore del locale. prima di uscire metto a segno un grande acquisto al banchetto del merchandising, aggiudicandomi il demo di micah p. hinson & the gospel of progress con delle versioni scarnificate delle canzoni del disco e un paio di b-sides nel finale. se non fosse per quella volta che c’era la carlsberg in offerta al lidl faticherei a ricordarmi di otto euro spesi meglio di questi.
all’uscita mentre sono lì che piscio per strada mi sembra di veder passare un automezzo blindato dell’esercito ma liquido l’accaduto come una semplice allucinazione san simone-indotta. saliamo in macchina e non abbiamo neanche il tempo di constatare che le macchine son tutte parcheggiate nell’altro senso e che ci sono forti possibilità che noialtri si sia imboccato via giordano bruno contromano che ci vediamo arrivare incontro un automezzo blindato dell’esercito italiano alto come una palazzina a due piani che ci punta gli abbaglianti addosso. quando vediamo saltare giù questo ragazzo in mimetica siamo già rassegnati a un’esecuzione sommaria sul ciglio della strada ma ci viene soltanto intimato di fare inversione veloce e magari andare a casa a dormire. sentiamo per radio se per caso nel frattempo che noi eravamo a sentire micah non c’è stato qualche colpo di stato per inaugurare il nuovo governo e ce ne torniamo a casa ghignando e chiedendoci per quale cazzo di ragione l’esercito la notte pattuglia le strade della periferia industriale torinese.
fotografia a cura di luca/LP, che io mi sono dimenticato a casa la macchina fotografica.

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