Sunday, May 22, 2005

portrait of my city as a rainy place

(le sporadiche incursioni di scum negli oscuri territori dell’intimismo adolescenziale/1)

perché ti escano fuori delle fotografie come si deve dentro la vecchia petriflex di mio nonno ci devi mettere i rulli agfa da 200 asa che li trovi al lidl, una manciata di monete in cambio di settentadue fotogrammi ben ricettivi della luce che si scaldano al sole e ghiacciano le luci al neon, la mia cucina di rua angelina vidal certe volte te la ritrovavi livida e ghiacciata e le facce della gente diventavano bianchissime e sembrava che avevi fotografato il cesso di una metropolitana berlinese degli anni ’70. invece a fotografare il salotto di notte con quella lampada gialla e l’esposimetro sul trenta diventava un tripudio di gialli e di rossi, gente inglobata dai divani che sembravano inchiodati sotto un sole caraibico con le loro latte di birra asciugate di fianco e quei residui di movimento attaccati ai lineamenti della faccia che succedono per via del tremolio della mano quando l’esposimetro rimane aperto per succhiare il massimo di luce possibile. certe foto sfocavano al punto che al posto delle robe che dovevano esserci dentro ti ritrovavi soltanto delle macchie di colore invece delle linee e delle forme, che poi se ci pensi è la differenza tra un quadro e una fotografia. dopo quando sono ritornato è già tanto se mi sono uscite un paio di foto decenti in tre anni, che quando apro la busta del fotografo sarebbe da prenderle tutte e buttarle giù per lo scarico del cesso senza neanche perdere tempo a guardarle. l’altro giorno ero qui intorno che giravo e pensavo che un giorno dovrei fargli un paio di foto al quartiere. la parte del fiume è buona al massimo per un paio di cartoline, dall’altra parte dove c’è il corso invece sembra che sopra non ci splende mai il sole, ci sono al massimo certi muri vecchi di un rossastro schifoso che mi pare più che altro una tonalità del grigio, con dietro degli enormi scheletri cilindrici di metallo che forse dentro ci passa il gas o qualcos’altro di industriale. è un corso che è buono soltanto per farci passare dentro la macchine e basta, dietro c’è un altro fiume più piccolo con intorno delle vecchie case, belle da vedere ma da viverci secondo me sono dei vecchi cessi maleodoranti. aspettavo contro uno di questi muri e pioveva e un tossico con una bottiglia vuota diceva che era rimasto senza benzina con la punto e se potevamo dargli dei soldi. se a uno gli piacciono quelle scene decadenti si può anche provare, ma il grigio dentro la vecchia petriflex di mio nonno non ci entra, perché per farci entrare qualcosa bisogna metterci un tipo diverso di luce, qualcosa con una personalità più definita. qui invece stiamo parlando in sostanza di diverse variazioni sul tema del buio: allora sul buio nero con l’esposimetro al palo risaltano le luci artificiali, come i fari delle macchine che diventano delle linee colorate, ma quando tu prendi questo buio più chiaro, questo grigio bagnato che qui da noi te lo spacciano per luce del giorno, la scala di colori è talmente ridotta che preferisco bruciare la pellicola a forza di spalancare la macchina in cerca di luce piuttosto che rassegnarmi a una fotografia ancora più sbiadita di quello che è già lo sbiadimento reale appiccicato ai muri di questo posto. forse mi è passata la voglia da quando mi sono accorto che fotografo male, forse è soltanto che quando una roba la guardo malvolentieri è difficile che poi mi viene voglia di fotografarla.

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