Wednesday, May 11, 2005

willard grant conspiracy live centro stabile di cultura- s.vito di leguzzano/ 4 maggio 2005

centro stabile di cultura- s.vito di leguzzano/ 4 maggio 2005

per la prima volta nella sua storia scum ospita un intervento esterno. trattasi di un commento a un invidiatissimo concerto dei willard grant conspiracy firmato da fede, uno dei nostri lettori più affezionati, già collaboratore della redazione di scum quando scum non esisteva ancora ai tempi delle indimenticate scorribande lusitane, attore protagonista di un paio di nostri post ambientati nel triveneto, neo-blogger che ambisce a mantenere viva la grande tradizione del blogging vicentino. buona lettura. su wanker's heaven trovate anche il reportage fotografico del concerto fornito dallo stesso autore del post (e fotografo di chiara fama).
Premessa necessaria; fino a qualche mese fa per me Willard Grant Conspiracy era solo un nome; molto bello, ma niente più di un nome. Ora ne sono decisamente innamorato. Perché? Non credo che peli e chili bastino a spiegare questo sentimento (altrimenti vanterei una discografia completa di Pavarotti e Pino Daniele). Forse per descriverne la semplice grandezza, la loro essenza, può bastare il momento centrale del concerto quando per introdurre una cover a me particolarmente cara, Robert Fisher, chitarra, voce, barba e cuore di quello che in realtà è un ensemble apertissimo e variabile, racconta di essere stato contattato da quelli di Uncut per l’ennesimo tributo a Dylan (se non la smettono di portargli sfiga con tutti questi omaggi…questa volta , per la cronaca, si tratta di rivisitare Highway 61 Revisited); quando gli è stato chiesto se fossero interessati a partecipare, la sua risposta è stata: “No, he did fuckin’ well the first version, so why do we have to do another one?”. Quelli di Uncut hanno insistito, chiedendo di pensarci su ed eventualmente quale fosse il brano che avrebbero scelto. Risposta di Fisher: “Ballad of a Thin Man!”. Eccolo lì allora, un uomo di 140 chili che canta la Ballata dell’Uomo Magro, con lui dalla sua sedia e tutti intorno gli altri 5 musicisti, a sbattersi per offrire una versione in cui viene reso meravigliosamente (come nemmeno Dylan fa più da tempo) il senso di incubo e paranoia che quel guardone di Mr Jones genera. Ironia e un sense of humour reso in tutte le occasioni in cui con grande gentilezza spiega il significato di alcune canzoni. E un grande senso della tradizione; non solo il folk, di cui i WGC conoscono benissimo gli stilemi; ma anche la storia americana raccontata con attraverso istantanee e canzoni ambientate all’epoca della guerra civile o comunque in un’epoca in cui la TV non esisteva ed i grandi drammi li si seguiva in diretta radiofonica (The Ghost of the girl in the well). Non sembrano amare molto i tempi in cui vivono; o forse preferiscono solo l’estetica in bianco e nero (o al più seppia) del passato. E’ un mondo fatto di boschi e fiumi, cadaveri, neve e silenzi; via dalla città, un po’ come The Band e con una voce che viene dagli stessi luoghi oscuri e bellissimi da cui escono quella di Cave, Lanegan, o in cui è sepolta quella di Mark Sandman. Nonostante tutte queste tristi premesse, i WGC sanno essere una grandissima live band, non solo per lo humour di Fisher, ma anche grazie al gusto per l’improvvisazione di tutta la band ed a arrangiamenti che colorano il tutto con una buona dose di elettricità: ogni volta che Fisher annuncia “another folk song “ parte una veloce scarica di chitarra, prova che, come tutti i musicisti che si rispettino, hanno una immacolata anima punk. E un’altra pure pop dance (Soft Hand), messa in evidenza da quella giapponesina (molto più graziosa di Yoko Ono) al grand piano. Non è che ti venga proprio voglia di ballare; ma il piedino lo muovi spesso a sentire e vedere tutta quell’intensità. E ti chiedi anche perché una piccola perla come The trial of Harrison Hayes non abbia avuto il successo che si merita, il giusto per garantirgli la pensione a questo gentleman del Massachussetes. A non prender le cose troppo sul serio poi ti aiuta sempre lui stesso con le sue risatine e una grande ironia. E’ ancora Fisher, con l’ultimo sketch, a rispondere alla domanda rivoltami da Atrocity: perché con tutti i posti in cui potevano suonare (Torino ad esempio) i WGC sono finiti nel minuscolo Centro Stabile di Cultura di San Vito di Leguzzano, provincia di Vicenza? E’ perché il posto, praticamente privo di un backstage (cioè di quel luogo in cui i musicisti fingono di andare definitivamente dopo un finto ultimo pezzo per poi ripresentarsi sul palco accolti dalla finta sorpresa del pubblico per eseguire i veri ultimi pezzi, noti come bis che non sono bis ma encores) si presta perfettamente per evitare proprio la messa in scena degli encores, cliché che la band questa sera preferisce non vestire. Quindi il concerto finisce, thank you and good night, sorridenti. In particolare sorrido io, pensando che circa due ore prima, ignorantone che sono, avevo scambiato la giapponesina al piano (Yuko Murata) per una dell’entourage, e aggirandomi tra il merchandising, le avevo chiesto come mai “il gruppo” non avesse portato il cd di Everything’s fine; lei senza farsi riconoscere e parlando in nona persona, mi diceva che “il gruppo” non porta sempre con sé tutti i cd. Pensando che “il gruppo” aveva preso per il culo anche quelli di Uncut, mi son sentito in buona compagnia.
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