Thursday, June 16, 2005

bello schifo

(this motherfuckin’ world/28)

proprio un bello schifo di giornata del cazzo. mi tiro su che mi tocca zoppicare al freddo fino all’università che faccio un corso che mi insegnano a fare le olimpiadi infernali. qui dentro sono tutti gente che avranno finito le superiori da un paio di mesi, com’è che sono l’unico pezzalculo che sono finito qui dentro a cercare di fottergli i loro lavoretti a questi studentelli ambiziosi questo lo sa il cazzo. comunque. appena finisce questo inglese tritapalle coi suoi giochetti da scuole elementari mi si incastra dentro questo diciannovenne serbo che almeno non parla italiano e non mi tocca stare lì a inventarmi troppe robe da dire. simpatico come persona se pensi con tutti i cazzoni che ci sono in giro, fatto è che non segue il futbal e io agli stranieri che non seguono il futbal non so mai che cazzi dirgli, difficile discuterci con uno che gli manca la mentalità. mi spiace per il ragazzo che mentre siamo lì che ci ingoiamo certi panini e certi caffè mi racconta che lui alle olimpiadi infernali ci doveva venire a scorrazzare dentro le piste, se non era che per una sfiga che gli è capitata mentre si allenava in svizzera gli si è sfanculato il ginocchio mentre dribblava delle bandierine. se almeno m’incontrava prima glielo raccontavo io di non andare a mischiarsi con quei cioccolatari là, che oltre che non sono buoni a fare un cazzo adesso salta fuori che ti sfanculano le ginocchia sulle loro montagne che bisognerebbe spianarle e farci un parcheggio al posto della svizzera. ieri sera hanno fatto pure quel film di nino manfredi che si mangia il cioccolato e ti spiega che gli svizzeri sono tutti dei cazzoni, che poi lui alla fine rimane in svizzera che a un certo punto si accorge che anche gli italiani non hanno niente da invidiargli nel settore stronzitudine. dobbiamo stare lì a girare senza un cazzo da fare per due ore che incomincia la pioggia, camminiamo in giro tutti e due con almeno un ginocchio più o meno inculato, fumiamo tutto il tempo dei malborini serbi con dentro degli scarti di falegnameria al posto del tabacco, puntavo verso una farmacia per fare il pieno di nimesulide o qualcosa per il dolore, soltanto che alla fine mi vado a sputtanare i soldi delle medicine in un disco degli uncle tupelo dentro il negozio dei dischi. difficile che il country combatte il dolore ma ormai i soldi sono sputtanati così e me lo tengo. a forza di coglioneggiare sotto i portici vien fuori che siamo in ritardo da fare schifo, che dobbiamo andare in questo cesso di cemento dove dentro ci vanno a pattineggiare quei merdaioli con le loro tutine strette, che vacca miseria se non viene fuori che il posto non è in culo ai lupi e se arrivi in ritardo ti cacciano fuori e non ti lasciano fare le olimpiadi infernali e tanti saluti anche a quei quattro soldi che ci sarebbe da raschiargli via l’anno prossimo. il ragazzo qui, lui dice che tanto ce la facciamo, con quella spavalderia che gli spetta a uno che a diciannove anni può già vantare una carriera stroncata e se ne va in giro con uno che a ventisei una carriera non se la è ancora neanche lontanamente progettata. quando il 34 ci rivomita sotto la pioggia tocca correre intorno al cesso di cemento che finisco in un oceano di fango col ginocchio che mi pulsa e mi aspetto di sentire il legamento che mi esplode da un momento all’altro. alla fine c’è pure tempo per un altro malborino serbo da succhiare col fiatone. entrare dentro il palazzetto è una depressione perché quando sbuchi fuori in mezzo alle tribune l’unica roba che ti viene da pensare è dove cazzo è il rettangolo verde, e com’è che a qualcuno gli è venuto da sprecare tempo, soldi e mattoni per costruire dei posti da giocarci dentro degli sport inutili che non gli frega niente a nessuno. a me personalmente mi frega solo di tornare a casa, con la testa e il ginocchio che mi tormentano dentro un pullman umido e pieno di stronzi, che quando arrivo mi tocca ancora aspettare dieci minuti fuori dalla panetteria in balia delle intemperie che c’è da aspettare che la panettiera torna indietro da prendersi il caffè al bar, fanculo lei e il suo biglietto torno subito, che tempo che è tornata subito facevo in tempo a panificarmi la roba da solo. allora se era per farmi una vita di merda così tanto vale che me ne andavo a lavorare.

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