Tuesday, August 16, 2005

songs that saved my life: suede/coming up


pensare che porca puttana se non era un periodo che mi spatolavo il cervello a forza di techno minimale e suoni sintetizzati più del dovuto. invece ieri sera per qualche motivo mi è brillata negli occhi la coperta fosforescente mezza sfanculata di questo vecchio disco, allora mi sono detto di dargli di nuovo una speranza, magari come sottofondo notturno fintanto che prendevo sonno.
problema che questo qua è un disco che se una decina di anni fa l’hai ascoltato come si deve dopo a riprenderlo in mano dopo tutto questo tempo non ti lascia dormire neanche per il cazzo. pensare che rotolava dentro qualche cassetta saltata fuori dallo stereo di qualcuno prima che mi ritrovassi in giro per le bancarelle psicotrope di un quartiere superfreak di copenaghen dove qualche sfondaserrature dava via la discografia completa in cambio di un paio di decine di mille lire. subito finiti nella borsa in blocco, compresa quella doppia raccolta di b-sides talmente di livello che quando era uscita la gente andava in giro a dire che gli suede facevano le b-sides meglio dei dischi. talmente di livello che ancora adesso se devo dire una roba che mi prende il cuore e me lo strappa via dalla cassa toracica ci sono poche robe come sentire brett anderson cantare
europe is our playground/london is our town
una roba da saltare in macchina e ritrovarti sperduto in qualche cazzo di periferia industriale della mitteleuropa senza neanche sapere perché. oppure come noi due sperduti in qualche cazzo di periferia industriale del nordeuropa con in mano la discografia completa degli suede e nel cervello certi fumi tossici che per colpa di un arrotolamento troppo generoso a qualcuno di noi due gli hanno fatto andare via la vista per una trentina di minuti.
sarà stato quell’attacco assassino
maybe, maybe it’s the clothes we wear/ the tasteless bracelets and the dye in our hair/ maybe it’s our kookiness/or maybe, maybe it’s our nowhere towns/our nothing places and our cellophane sounds
o forse dopo quando arriva lazy, lo stesso elogio della pigrizia amorosa che ritrovi dentro quello psichedelico smaterassamento postcoitale della copertina. magari è perché
we’re going out tonight, out and about tonight/oh whatever makes her happy on a saturday night
mi ricorda quell’altra storia di quei due che escono la sera sognando di sfracellarsi contro il tir con la luce che non si spegne mai. ma sono quasi sicuro che la scossa che mi ha fatto rigirare nel letto dev’essere stata verso la fine, durante the chemistry between us, nel punto in cui la vocina androgina incomincia a farsi epica e scende a ricercare dentro una storia d’amore il racconto di una generazione intera
oh, we are young and not tired of it/oh, we are young and easily lead/oh, by all the kids getting out of their heads
non mi è mai riuscito di elaborare l’assenza di bernard butler in questo disco, probabilmente perché una volta plasmato un suono tanto peculiare si trattava semplicemente di lasciare che l’immaginario evocato dal cantato di brett anderson scintillasse e sprofondasse fino a scomparire dentro quegli scenari di narcolessia pop ed effimero divismo catodico che in questa decina di canzoni, come in certi romanzi di bret easton ellis, rappresentano uno dei ritratti più lucidi di quella propaggine disanimata del decennio precedente che sono stati gli anni novanta.

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