Saturday, April 01, 2006

castigami o’diva: jeff mills live (diobast*rdo mix)

ah jeff mills il dj della classe operaia detroit la fabbrica gli operai della ford underground resistance la scena techno superpoliticizzata però intanto per entrare giuda bastardo facevano venticinque zucchine. ventidue con lo sconto. senza contare l’umiliazione di doversi sorbire tutta la sera le vanterie irritanti di dj enzo che era entrato in possesso per qualche motivo di una tessera vip che lui praticamente oltre che non pagava gli davano pure il beveraggio gratis. complimenti. dargli da bere gratis a dj enzo era come dargli la licenza di cannibalismo al mostro di milwaukee e dopo sperare che ci mettesse il buon senso. ma intanto noi chissenefrega che avevamo appena intascato i trecento neuri di stipendio mensile e ci era sembrato quasi doveroso sfancularsene un decimo nella maniera più stupida e veloce possibile. cazzo mettiamo che uno lavora tutta la settimana avrà pure il diritto di ripulirsi il cervello di tutte quelle tossine e quel materiale cerebrale in eccesso di cui si nutrono quei cocktalini che mandi giù per sentire meglio le cassa. e nonostante che io non faccio un cazzo tutto il giorno mi piaceva pensare di averci diritto lo stesso di immergermi in quest’atmosfera di lasciva promiscuità con le adolescenti inzoccolite a festa e certi privilegiati che si facevano sbucciare il banano dietro la porta del cesso da queste ragazze che ti sfilavano via di fianco ripulendosi lo sperma dalla bocca con una certa sufficienza mentre noi altri tristemente ci toccava far la fila per pisciare in piedi nei pisciatoi a muro, gli unici dove si poteva andare senza eiaculare. una volta preso quota giù a farsi castigare come si deve da questo peso massimo che bisogna dire che una volta che eri in mezzo te lo faceva sentire dov’erano andate a finire le tue ventidue zucchine, trovarsi con le mani sempre pericolosamente in alto tipo uno di quei subumani ai bordi degli autoscontri, lui che dilatava i passaggi all’inverosimile e ti lasciava il tempo di sentire arrivare il colpo, di desiderare scandalosamente un’altra dose di battiti con un’intensità che aveva qualcosa del masochismo tutta questa brama di farsi castigare dai suoni inaciditi che a forza di mutazioni si trasformavano in delle vocine distorte che ti entravano nel cervello e ti sussurravano di uccidere tipo summer of sam.
mi corico nella speranza di recuperare un giorno l’udito, solo che vacca troia non riesco a prendere sonno e avverto come dire un malessere interiore che devono avermi lasciato dentro quei suoni. dopo però quando sento sulla fronte il freddo e il bianco della ceramica e guardo il mio volto riflesso nella bile, i lineamenti distorti dalla miopia e dalla schiumetta ambrata penso che cazzo alla fine sta seratina qua valeva proprio la pena di concedersela e secondo me questa qui era proprio una di quelle volte che potevi andare a dormire contento, considerando pure che non appena le due dita hanno sfiorato l’ugola è sparito pure il malessere interiore.

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