Tuesday, August 22, 2006

i like the smell of cheap beer in the morning: the scum guide to pukkelpop 2006 (extended version)

appena montati in sella alla fiesta di mia mamma fatico già a contenere l’esuberanza di vj enzo che lui dai che andiamo prima in olanda, arriviamo facciamo vediamo rolliamo che tanto io dio fa trofarello-maastricht otto ore da casello a casello. salvo poi rimanersene rintanato tutto il tempo in prima corsia a veder sfrecciare le audi degli altri e guardandosi bene dal mandare il contachilometri in tripla cifra. infatti per colpa sua arriviamo a maastricht che son le nove e mezza di sera, piove, fa freddo, abbiamo già dato fondo a tutto il nostro repertorio di bestemmie che doveva bastarci fino alla domenica, non abbiamo un posto dove andare e quando cerchiamo di nutrirci ci infiliamo in un pub e mi affido all’esperienza di master chef enzo che consiglia la baguette con le uova e il bacon, che quando le vediamo arrivare ci verrebbe da dirgli al cameriere, scusi eh, guardi che forse qualcuno ha vomitato sui nostri panini. dubbio sciolto dal primo assaggio grazie al quale il sospetto diventa inesorabile certezza. visto e considerato poi un panino con dentro un’aringa cruda assaggiato un paio di giorni dopo, anch’esso made in holland, mi sento di poter decretare l’inserimento della cucina olandese nell’elenco dei grandi mali del mondo al fianco del nazismo, del cattolicesimo e del milanismo. l’incursione dalla vaga ambizione narcoturista che ci aveva spinto lì si conclude mestamente dopo neanche mezz’ora con un’ingloriosa ritirata dentro i confini belgi, dove non vendono la droga al bar così almeno i cuochi non vanno a lavorare fatti di crack.
alla vigilia del festival ci viene regalato l’unico sole settimanale nel momento in cui affrontiamo l’odissea dell’ingresso in campeggio, coi bagagli in spalla in coda per ore alla ricerca di nuove divinità da bestemmiare, fino a quando non approdiamo al rettangolino di erba che ci è stato assegnato, proprio di fianco a una gigantesca merda di vacca talmente grande che io l’avevo scambiata per il lussemburgo. vj enzo che era venuto lì per fare strage di groupies deve mettersi il cuore in pace quando si rende ridicolo di fronte all’intera popolazione festivaliera aggirandosi disperato per il campeggio strillando “mi hanno rubato i bagagli! mi hanno rubato i bagagli! e adesso che cazzo faccio? voglio tornare a casa!”. quando si è accorto che i bagagli erano situati a circa trenta centimetri dal suo culone flatulento era evidentemente ormai troppo tardi per rimediare alla gigantesca croce che le migliaia di ragazze presenti avevano tracciato sulla sua persona. ci riprendiamo la sera con una sortita in giro per hasselt, che ci viene indicata come la capitale della moda belga e infatti per non saper né leggere né scrivere mi aggiudico una giacca di velluto talmente di livello che quest’autunno quando la metto su mi sembra già di sentire il rumore delle vagine che si lubrificano al mio passaggio. la sera proviamo battere la nostalgia di casa in compagnia di dietnam, yoshi, le rispettive consorti e simona e valentina, con queste ultime due che ci danno una mano ad asciugare la boccia di san simone che avevamo travasato da casa con tutta la perizia e la sapienza che si addicono al digestivo che più che un liquore per noi è stato un vero maestro di vita. a proposito di digestione il destino cinico e baro ha voluto che io ritrovassi la mia regolarità intestinale proprio in questa landa di latrine malariche e maleodoranti, dove dopo la prima esperienza ho giurato a me stesso che non avrei cagato mai più, e infatti quando mi sono unito al popolo delle beatheadz che per tre giorni hanno affollato i due palchi dance, mentre loro mangiavano pastiglie, annusavano popper, si infilavano su per il naso delle pietre di bamba del valore di un’utilitaria, io ho pensato di affidarmi solo ad un sapiente mix di birra e imodium nel tentativo di cementarmi definitivamente l’intestino.
il primo ingresso nella dance hall è per il grande mocky, intrattenitore di razza, improbabile profeta dell’ R&B più delirante e parodistico. menzione speciale per due brani del recente navy brown blues: “animal” e soprattutto “in the meantime”, con una voce femminile a fare le veci di jamie lidell. poi di corsa sotto il palco per gli infadels, che nonostante i problemi tecnici che rovinano l’iniziale “love like semtex” si premurano di rifilarci tutti i calci in culo che ci aspettavamo di ricevere dopo l’ascolto del clamoroso disco d’esordio. crescessero ulteriormente i testicoli al batterista spazzerebbero via le platee, però anche così quando arrivano “murder that sound” o “jagger ‘67” a me personalmente tocca vestire i panni del facinoroso. primo timido approccio dance con il set di james holden, che a differenza di tutti gli altri che hanno pensato solo a randellare lui è rimasto piuttosto vicino all’eleganza minimalista che ha contraddistinto l’ottimo “james holden at the controls” (grazie al kaiser per la dritta), senza per questo però rinunciare a trapanare il pavimento con una pioggia di bassi che mi ha fatto alzare il pollice verso l’alto. alla fine è risultato anche vincitore dell’ambito premio per il dj col ciuffo più lungo visto che tiga è stato squalificato perché presentatosi col cappellino mentre erol alkan aveva evidentemente sforbiciato. interrompo solo per un’occhiata ai the knife, che hanno esibito uno dei concerti più dark, marziali e sorprendenti in assoluto con la loro finta dance senza battiti dove il colpo non arriva mai e l’attesa ci stordisce. continuo a ciucciare questi birrini insipidi che sono l’unica roba che ci è dato bere in questo posto. alla fine dei tre giorni tra me, vj enzo e il boss, l’educatore in divisa da elettrauto, ne avremo bevute all’incirca l’equivalente del mar ligure ma non c’è stato verso di scacciare questo fastidioso senso di sobrietà che ci ottundeva. l’attesa per il live dj shadow si è fatta logorante. io lo sapevo che niente sarebbe più stato come prima e infatti quando sale sul palco tempo cinque minuti non capisco più neanche dove sono. un tripudio. non credo di esagerare se dico che vedere quest’uomo all’opera è stata una delle robe più belle che mi siano capitate nella vita. vederlo manipolare una parte infinitesimale della sua sterminata collezione di dischi è una roba che ti cambia il modo di rapportarti col suono. e da quegli scorci infinitesimali sulla consolle di cui ho potuto godere ho avuto il privilegio di vederlo toccare i suoi dischi, di assaporare il dono che soltanto lui possiede di immergere i suoi polpastrelli nella materia sonora e di ricollocarla nel tempo e nello spazio per documentare il nostro tempo con un collage di frammenti sedimentati dentro una specie gigantesco cervello di ascoltatore onnivoro che è la memoria sonora della postmodernità. l’ho visto strappare battiti, campioni, strofe, ritornelli e riff dai loro dischi di appartenenza, sottrarre suoni al loro destino per costruire nuovi battiti, nuove forme, nuovi movimenti delle onde cerebrali che hanno preso possesso del mio corpo e mi hanno scosso dalle fondamenta per restituirmi al mondo con addosso una nuova consapevolezza. consapevolezza di cosa non lo so esattamente, però adesso io so qualcosa che voi non sapete e dedicherò il resto della mia vita a diffondere il verbo e spero che anche le due ragazze che hanno condiviso l’esperienza con me siano pronte a testimoniare.
ero venuto lì per il set di tiga ma quando è arrivato ero talmente consumato che non ho retto più di un’ora, godendo comunque discretamente nonostante l’inizio floscio causa che non si sentiva un cazzo, evenienza che ha quasi stroncato anche il set di erol alkan. esco e inizio a girare in lungo e in largo per salvare un gattino che stanno scuoiando da qualche parte. mi giungono i suoi lamenti ma non capisco da dove. quando giungo nei dintorni del palco principale mi accorgo che erano soltanto echi del concerto dei radiohead, band che sembra aver fatto il suo ingresso nel music business con il solo intento di triturare i coglioni del sottoscritto. mi ascolto everything is in his right place, o come cazzo si chiama, direttamente in tenda dentro il sacco a pelo e infatti guarda caso è stata l’unica notte che sono riuscito a prender sonno. il secondo giorno inizia con un grande quesito: dopo che ti sei fatto un set di carl craig alle tre del pomeriggio come cazzo fai a tornartene il lunedì sul posto di lavoro davanti al pc senza prendere in seria considerazione l’ipotesi di fare il tuo ingresso nel magico mondo del serial killing. cazzo volete che vi dica del maestro: occhiale scuro, fred perry, impassibile davanti alla consolle come un cazzo di ninja, e come direbbe vj enzo, un’ora e mezza da casello a casello, a farsi sculacciare senza sosta con un set secchissimo, tribale, zero sguardi oltre confine come avrebbe fatto supporre il suo ultimo fabric 25. e un finale all’insegna di the bells di jeff mills che dio bastardo…
più tardi i parigini colder, che sono stati un po’ il memento mori di questo festival. all’interno di un evento consacrato alla gioia carnascialesca, alla promiscuità indiscriminata, alle birre al mattino presto e sessanta sigarette al giorno senza pensare a un cazzo di niente loro sono venuti a ricordarci che prima o poi dobbiamo morire. che adesso ci stiamo divertendo ma nel mondo ci sono il dolore, l’angoscia e la sofferenza. il loro plagiarismo joydivisioniano potrebbe risultare irritante ai più, e si attenua soltanto nei momenti più leggermente ballabili per lasciare spazio all’imitazione dei new order. nelle nostre menti si disegna un gigantesco grazie al cazzo, però nonostante la prova abbastanza deludente io continuerò a stimarli. alcuni detrattori potrebbero obiettarmi “ma allora perché non ti ascolti gli originali?”, però a quel punto io potrei obiettare di rimando “ma allora perché te non pensi agli stracazzi tuoi?”. che poi tra l’altro di per sé il voler essere qualcun altro non è necessariamente una cosa malvagia, e a fugare ogni dubbio si vedano ad esempio i casi peter murphy/david bowie o johnny thunders/keith richards.
chi potrebbe essere così stronzo da perdersi il concerto dei tv on the radio? Solo uno che non vergognandosi abbastanza del suo presente dance abbia voglia di rispolverare il suo passato metal. presente. direzione ministry. io ho sempre voluto vedere al jourgensen perché quest’uomo ai miei occhi ha due meriti non trascurabili: il primo è quello di essere ancora in vita nonostante una condotta di rara dissolutezza, il secondo è quello di aver dato a uno dei suoi dischi il titolo più geniale che la storia del rock ricordi: the dark side of the spoon (con riferimento ai suoi trascorsi eroinici). purtroppo la mia sopraggiunta maturità artistica mi impedisce di apprezzare a pieno questo affresco costruito su di una base techno-hardcore suonata, un muro di chitarre che cerca di riprodurti sui timpani l’impatto di un treno merci sulla schiena e un energumeno di rara villosità che si lancia sul microfono sbraitando diooopooorrcccoooooooo!!!!!!!!.
massive attack: minchia, l’invasione dei bassi viventi. vibrano fin sotto lo scroto, ti tuonano nello stomaco per tutta la notte, e safe from harm in ogni sua forma resta una delle canzoni più belle mai passate dentro al mio cervello. certo non vedevo l’ora di rivederli tutti insieme e invece l’impressione è che siano sempre di più il gruppo solista di robert del naja. e poi la svolta vagamente prog mi fa sentire nostalgia di quella matrice dub ormai stemperatissima. però dio fa fossero questi i problemi della vita.
day 3. kelley polar tende a sfanculare la sua cosmic scandinavian music a causa della sua aridità vocale. peccato. per i motor andrebbe ripristinata l’antica usanza della garrota. il loro krauto-terronismo offende la dignità di noi fruitori di suoni sintetici. si vergognino anche solo per come si sono presentati sul palco. avrebbero voluto essere quello che sono stati i black strobe il giorno prima, senza però sapere che certi suoni e certe attitudini per esistere devono necessariamente passare per il rock’n’roll, sia che tu li suoni sia che tu li sintetizzi. ma cosa cazzo ve lo dico a fare. erol alkan: uno dei nomi che ha trascinato i nostri culi fin quassù. però dio fa sbagliarmi un passaggio come l’uscita da “around the world” ci ha fatto davvero rotolare i coglioni sul dance floor. a rimetterli dentro i boxer ci ha pensato l’ingresso di “killing in the name of”. e merda chi non si ricordava il testo a memoria. un momento di delirio collettivo che francamente non mi aspettavo. certo non mi spiego come una tale povertà tecnica sia finita proprio nei polpastrelli di uno dei dj e remixer più fantasiosi e sorprendenti del momento, però ogni pezzo che arriva è una gioia e comunque se anche la smisurata ambizione a al virtuosismo produce momenti di sconforto questi ultimi non bastano di certo a scalfire l’entusiasmo. ho ballato per giorni senza il supporto di additivi chimici, sono bagnato fradicio e il mio corpo è scosso da violenti tremori, bevo birre che non finiscono mai e fumo sigarette che si spengono subito a causa della pioggia incessante. mi trascino comunque nei pressi del palco dei daft punk. secondo me la dance è un discorso di riuscire a intercettare il ritmo al quale si muovono le cose e le persone intorno a noi, riuscire a sintetizzarlo e ricrearlo per andare a intercettare quei sensori del cervello che una volta colpiti ti fanno muovere il culo, restituendoti uno sguardo sul mondo sintetizzato, primitivo, scarno, di sola pulsione. di questo vado in cerca quando vado in cerca del battito. di minime variazioni sul tema che mi sappiano ricondurre al grado zero della vita, che mi facciano vedere il versante fisico delle cose, quando ottundere la percezione significa purificare gli apparati sensoriali fino al punto di cogliere solo l’essenza e poche altre sfumature intorno. i daft punk ci sono riusciti sul finire del millennio. da funk è un miracolo. around the world e revolution 909 (grande assente) lo sono stati quasi altrettanto. al punto di pensare che davvero fossero un prodotto di laboratorio, un esperimento di robotica musicale. adesso i due robot squarciano il velo isolazionista dentro il quale avevano riparato e si ripresentano dentro una piramide di luce dall’impatto visivo sorprendente. indagano su sé stessi, su quel dualismo umano/robotico dal quale sono usciti malconci e inariditi e l’impressione è che tutto il tempo che erano stati capaci di anticipare li abbia definitivamente ingabbiati dentro una capsula di luce dove il futuro non arriva mai. mi spiace, però mi vedo costretto a passare oltre. tipo crollare in qualche posto cercando di recuperare la voce perduta e cancellare il rumore bianco nel cervello prodotto dai timpani lacerati. stamattina in ufficio mi offrono caffè ma io volevo birra piccola. mi propongono lavoro ma io volevo prendere le chitarrate in faccia tipo sabato mattina con le rogers sisters. voglio fumare quaranta sigarette e combattere la tosse del mattino dopo incendiandone un’altra appena sveglio. mi sento un po’ come homer simpson quando cercano di tirarlo via dal campeggio dei rolling stones ma comunque non è il caso di farsi prendere dallo sconforto perché intanto il rock’n’roll lui è sempre lì e quando vuoi basta fare un passo. certe volte è stata dura perché le giunture scricchiolavano però alla fine l’importante è che ho capito che dovranno prendermi a fucilate in faccia prima che mi passi la voglia di farmi fischiare le orecchie.
saluti a tutti, soprattutto a coloro di cui non ricordo il nome perché quando me l’avete detto nonostante i miei vaghi cenni di assenso stavo fantasticando sulle liceali mitteleuropee che mi sciamavano intorno

atroC.T.X.Z.B.tion

compilazione ideale (in ordine del tutto casuale):
1. mocky "animal"
2. mocky "in the meantime"
3. infadels "murder that sound"
4. infadels "steady as she goes" (raconteurs)
5. dj shadow "six days"
6. dj shadow "organ donor"
7. tiga "you gonna want me" (tiga dj set)
8. futurheads "skip to the end" (digitalism remix - tiga dj set)
9. lcd soundsystem "tribulations" (tiga dj set)
10. closer "wrong baby"
11. black strobe "italian fareflies"
12. midlake "van occuphanter"
13. spinto band "did i tell you"
14. kelley polar "here in the night"
15. massive attack "safe from harm"
16. massive attack "angel"
17. franz ferdinand "the fallen" (justice remix - justice dj set)
18. daft punk "technologic"
19. jeff mills "the bells" (carl craig dj set)
20. r.a.t.m. "killing in the name of" (erol alkan dj set)
21. scissor sisters "confortably numb"


//cashcow.splinder.com/" target="_blank">cashcow
dicosaparliamo
fanchi
fio
garnant
hotel messico
il boss
lady stardust
lineagotica
noncicapisco
parmachiara
playroom-decay
portugal
simonebolognesi
settore4c
something
sonechka
trailers
tausone
trentamarlboro
uliva
unicarisposta
winnicot
welovethecity
Powered by Blogger


indie blog aggregator
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons License.


Blogarama - The Blog Directory
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog
Search For Blogs, Submit Blogs, The Ultimate Blog Directory
Listed on Blogwise

Blog Aggregator 3.0 - The Filter