Monday, November 27, 2006

the last big weekend: how to live an arabstrapless life












adesso che vorrei togliere philophobia da dentro lo stereo ma invece dentro la custodia di philophobia ci trovo per qualche motivo the trojan producer series box set disc one e il verde acquoso caraibico in contrasto col rosa sintetico chemikal underground è una specie di sciagura cromatica che non ho voglia di correggere in uno dei lunedì mattina più inspiegabilmente malcagati in cui mi sia mai capitato di imbattermi da quando ho incominciato a vestirmi da solo, e non mi sarà di alcun conforto fendere la nebbia oscillando per raggiungere l’edicolante e far scivolare i polpastrelli sulla carta del giornale in mezzo alle cronache calcistiche del giorno prima dove passo malvolentieri da un articolo all’altro perché intanto da quando la mia squadra l’hanno messa a giocare al sabato pomeriggio a me del giornale del lunedì difficilmente me ne potrebbe fottere di meno. appoggiato alle piastrelle della doccia mentre l’acqua calda lavora per strapparmi via dalla pelle i residui di doppio malto mi chiedo se sono davvero pronto a vivere in un mondo senza più gli arab strap, mi chiedo se valga veramente la pena di togliere the trojan producer series box set disc one dalla custodia di philophobia o se non sia piuttosto il caso di riporre ogni volta il disco che tolgo dentro la custodia del disco che metto e provare a passare così i prossimi dieci anni a incasinare tutto per poi vedere se sono davvero capace di riparare il danno e chissà che non ci scappa un bel viaggio all’indietro in mezzo a tutte le canzoni che mi sono dimenticato o che non ho neanche ascoltato per colpa dell’ansia di passare al disco successivo. intanto la custodia di philophobia la prima volta che l’ho aperta avevo diciottanni e incominciavo a farmi strada da solo dentro i postumi del punk rock e mi sembrava un miracolo di riuscire ad incollarmi a questi suoni scheletrici che magari erano solo una specie di risacca o tardo riverbero delle chitarre iperdistorte e dei bpm in tripla cifra, come attaccare l’orecchio alla parete che finiva di assorbirsi il suono della canzone che avevo appena finito di ascoltare. è un bel cazzo in culo certe volte riprendere in mano le vecchie robe, sarà perché ti viene il dubbio che archiviata una decade te sei sempre ancora allo stesso punto morto di prima, sarà perché ti fai suggestionare da delle merdate che non sarebbe il caso di perderci troppo tempo sopra o magari che commuoversi a fine concerto per una the shy retirer solo chitarra e voce è la prova inconfutabile che a quasi trent’anni non ti sono ancora scesi i coglioni e sarebbe il caso di cominciare a scartabellare tra le vecchie carte di tua madre per cercare il numero del tuo pediatra, sempre che riesca a sentirti sotto quei tre metri di terra che lo separano dal terreno sul quale cammini.

mi piacevano gli arab strap, nonostante che per colpa della schizofrenica morfologia psicoacustica che abita il mio cervello e che mi impedisce di stabilizzarmi su coordinate sonore stabili negli ultimi anni li ho ascoltati a intervalli irregolari, arrivando sulle ultime uscite con qualche mese di colpevole ritardo e mischiandoli inopportunamente ad ascolti indegni di condividere con loro i coni degli altoparlanti. non riuscivo a capire come una voce così monocorde e cavernosa, muovendosi all’interno di uno spazio di manovra così ristretto, potesse riuscire a scavarti tanto in profondità. solo dopo mi sono ricordato che la vera classe la vedi negli spazi stretti, che a dribblare in mezzo alle praterie son buoni tutti. una delle robe che mi sono sempre piaciute dei loro pezzi era sentire l’attacco della drum machine e aspettare che arrivassero la voce e la chitarra ad appoggiarcisi sopra così scazzatamente che sembrava di stare ad ascoltare qualcuno sparare cagate fuori dal pub mentre dalla strada filtrava l’eco dei subwoofer di una macchina di passaggio.

io per conto mio tutto quello che ho potuto fare è stato dargli una pacca sulla spalla ad aidan moffat, ringraziarlo di tutto e dirgli di tenersi in forma, di tenersi impegnato e magari di mettersi a scrivere dei libri. che a giudicare dall’avidità con la quale si è ciucciato un cartone pieno di becks nel giro di metà concerto sono preoccupato che prenda delle brutte strade e invece io la gente come lui ho bisogno che mi resti sulla retta via per il massimo del tempo possibile.

atroC.T.X.Z.B.tion

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