Thursday, February 08, 2007

lullaby for the working class vol.5: cronache di un lungo viaggio alla ricerca del fondo

non so com'è che mi è venuto in mente comunque l'altro giorno sono andato a cercarmi un lavoro. mai più una roba del genere. che praticamente io avevo fatto la telefonata giusto per provare a fare qualche colloquio dimostrativo da dargli in pasto ai miei per fargli vedere che mi stavo almeno sbattendo, e questi qua mi convocano subito il giorno dopo e mi tocca saltare sul tram per davvero fino a un posto della periferia torinese che andrebbe raso al suolo e incriminato per istigazione al suicidio. sarà che il cielo è grigio, sarà che sono io che non c'ho voglia, ma a me mi sembra che qua ci sono solo dei gran cazzo di benzinai e concessionari e infatti mi sbatto in giro a cercare il numero e finisco in una stradina laterale in mezzo alle sterpaglie e le siringhe usate, che combinazione passa sul retro di un benzinaio e porta nel cortile di un concessionario. dal cortile del concessionario vai dentro un capannone merdoso talmente sporco che andrebbe sterilizzato con un incendio doloso e seguendo le emanazioni di un subwoofer finisco dentro uno stanzone con dentro solo una scrivania dell'ikea e delle casse che mandano della tribal house della peggior specie. dietro la scrivania praticamente c'è questa ventenne con addosso delle badilate di eyeliner e i pantaloni ficcati dentro gli stivali. augurandomi che la pratica di ficcarsi i pantaloni dentro gli stivali venga presto repressa nel sangue e punita con una decina d'anni di carcere senza condizionale la contemplo e penso di essere quasi sicuro di averla vista già vista, probabilmente mentre eseguiva un pompino dietro la porta del cesso di un noto locale da ballo torinese, ma non si può mai dire, visto e considerato il grado di spaventosa omologazione estetica che sembra affliggere la quasi totalità delle generazioni emergenti. vengo fatto accomodare dentro l'ufficio di un'altra persona con i fottuti pantaloni dentro i merdosissimi stivali e non posso fare a meno di domandarmi che cazzo di colloquio è un colloquio nel quale non vengo mai interpellato e sono invece costretto ad ascoltare una petulante filippica sul dinamismo e il lavoro di squadra, proprio io che ho fatto della staticità e della sociopatia i miei cavalli di battaglia. del lavoro che devo fare non ho capito un cazzo, ma considerando che mentre parlava non ascoltavo mi sembra il minimo. nell'annuncio c'era scritto organizzazione eventi che combinazione è proprio il mio ramo, quindi dico che va bene e vacca troia mi convocano il mattino dopo ore otto e fottute trenta per una giornata di ulteriore selezione con incluso di pupparsi l'affiancamento coi loro dipendenti. mentre esco mi viene intimato di vestirmi bene e decido di sorvolare sul fatto che il pulpito predicante è una 40enne vestita come una cubista in declino. volo via a testa bassa perché il massimo del mio concetto di benvestirsi l'avevo esibito per il colloquio e ripassando mentalmente il mio guardaroba mi tocca constatare che sono fottuto. evidentemente non abbastanza, visto che decido di peggiorare la situazione scegliendo di farmi accompagnare da mio padre in giro per gli squalliderrimi outlet che sorgono negli angoli più luridi di questa città e nel contesto di una giornata grigia con la prospettiva di una sveglia all'alba e un lavoro di merda all'orizzonte bisogna dire che un viaggio negli abissi dell'abbigliamento dozzinale è una stretta di cappio intorno al collo. considerando poi che io da quando mi vesto da solo non ho mai indossato nient'altro che non fossero i jeans, gli anfibi e le magliette dei gruppi, e considerando che mio padre da quando si è sposato si fa vestire da mia madre, il risultato di questo triste pomeriggio edipico mi è quasi costato la fine di un legame sentimentale lungo un decennio, visto che quando ho esibito le mie conquiste la first lady l'ho vista veramente sul punto di fare le valigie per il disgusto. io subito non mi sono reso conto, il mio problema è stato dargli retta a quelle cazzo di commesse della facit che devono essersi divertite alle nostre spalle rifilandoci un costume di carnevale perchè io nella mia stronzaggine mi sono limitato a brancolare nel buio aspirando a qualche vago concetto di eleganza e forse inconsciamente guidato dal grigiore che mi stagnava nell'animo fatto sta che quando sono tornato a casa mi sono ritrovato vestito così

la roba più umiliante è stata senz'altro il mattino dopo alla sette e mezza che aspettavo il pullman a porta palazzo vestito come un parroco di campagna mentre mi scorazzavano intorno i bambini nordafricani che andavano a scuola tutti col loro bel cappuccio della felpa tirato sul cappellino da baseball, e io non potevo far altro che invidiare le loro tenute da gangsta rapper, con gli occhi che mi si inumidivano dal pianto per la perduta dignità. quando arrivo vengo fatto accomodare su una sedia di plastica che si occuperà di sorreggere il mio culo per un lasso di tempo irragionevolmente lungo. la solita ventenne stivalata dietro la scrivania continua ad alzare il volume della tribal house nella speranza di coprire le spaventosa urla motivazionali che provengono da dietro una porta chiusa. infatti dopo alcuni minuti sfilano via alcune decine di motivatissimi impiegati benvestiti che sorreggono degli zainetti colorati. io vengo prelevato dalla sedia e affidato a colui che mi viene presentato come il miglior dipendente dell'azienda, che a giudicare dalla giacca che gli spunta da sotto il cappotto arrivando a lambirgli le ginocchia sembra essere anche l'unica persona nella stanza vestita peggio di me. intuisco che questo lavoro non mi renderà milionario quando vengo fatto accomodare sull'automobile aziendale, una tipo 1.6 coi sedili cosparsi di gratta e vinci accartocciati. partiamo lasciandoci alle spalle i confini della città, senza che io abbia ancora capito cosa cazzo ci sto facendo dentro una tipo arrugginita alle nove del mattino pinzato sul sedile di dietro in mezzo a quattro completi sconosciuti. avrei preferito continuare a non saperlo, invece mi viene rivelato che gli zainetti colorati sono stracolmi di telefoni cellulari e che io tra poco verrò introdotto nell'eccitante mondo della vendita porta a porta. allora io gli faccio al dipendente modello, ma scusa, e l'organizzazione eventi? certo, mi fa, il mese prossimo forse ci mandano a distribuire i gadget negli autogrill. molto bene. smontiamo in una cittadina dove non sono mai stato prima, mi faccio offrire la colazione e quando siamo pronti per partire mi dileguo fingendo un malore. telefono a dj enzo, che lui abita nei sobborghi, e cerco di farmi spiegare come cazzo si esce da questo posto alieno immerso in una coltre di nebbia. mi stringo nel cappotto ma l'aria tagliente mi s'insinua dentro il pantalone fresco lana ghiacciandomi le dita dei piedi. sono solo, al freddo, in una città sconosciuta e inospitale, braccato da quattro belligeranti viaggiatori di commercio col braccio armato da una serie di potentissimi slogan aziendali. ancora nessuna idea su come fare a camminare via da questo laghetto di merda dentro il quale sono impantanato da un certo numero di anni.


atroC.T.X.Z.B.tion



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